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La fusione tra paradigmi avvenne a livello di "truppe": chi si sentiva escluso dal capitalismo trovò in questo calderone un'identità che travestiva di missione ideale l'insuccesso personale in un mondo competitivo. Il movimento si allargò e condizionò la politica. Ma proprio l'eccesso di antagonismo dei militanti ne erose la credibilità. L'ecocatastrofismo non è provato dai fatti. Soprattutto, i tentativi di mettere in pratica un ambientalismo contrario ai requisiti dello sviluppo si sono rivelati, negli ultimi anni, inapplicabili. In sintesi, la "seconda ecologia" non riuscirà più a trasformarsi in consenso di massa. Quindi resta portante e direzionale la prima: adattare il mondo alle esigenze dei sistemi umani e non viceversa. Così è sempre stato, ma finora "implicitamente" data l'ovvietà per necessità del primato antropico. Se lo proiettiamo in base ai trend correnti, entro un secolo il pianeta comincerà a configurarsi come un'unica grande città. A quel punto sarà giocoforza iniziare a prendere il controllo diretto dell'ecosfera (clima, acque, ecc.) per adattare il sistema fisico limitato a quello umano illimitabile. La tecnologia (terraformazione) potrà farlo. Ma per produrne una adeguata, nei decenni futuri, ci vorrà il consenso. Quale il modo migliore: aspettare che la cultura generale si abitui pian piano, via cambio generazionale, a questo scenario o esplicitarne già ora i termini quando le popolazioni potrebbero spaventarsi perché non educate all'ecodiscontinuità? Bel dilemma, era meno impegnativo confrontarsi con l'oscurantismo della seconda ecologia. |
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